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Etica della guerra e Intelligenza Artificiale

Prima che la guerra inizi, qualcuno ha già deciso

Nell’era dell’AI militare, la giustizia della guerra si decide nei laboratori, non sui campi di battaglia. Abbiamo bisogno di una nuova categoria etica: lo jus ante bellum tecnologico.

Il 27 febbraio 2026, cioè poche settimane fa, il CEO di Anthropic Dario Amodei ha rifiutato di cedere al Pentagono il controllo completo su Claude, il programma di IA creato da Anthropic. Il governo americano voleva usare il modello senza restrizioni, per qualsiasi scopo militare. Amodei ha detto no. Il presidente Trump ha risposto ordinando a tutte le agenzie federali di smettere di usare i prodotti Anthropic.

A prima vista sembra una disputa contrattuale. In realtà è qualcosa di molto più profondo: è il primo grande scontro pubblico su una domanda che la filosofia della guerra non ha ancora risposto. Chi decide come viene progettata un’arma che pensa?

La guerra giusta ha un problema

Da Agostino a Tommaso d’Aquino, fino alle elaborazioni contemporanee di Michael Walzer, la teoria della Guerra Giusta ha costruito una mappa morale del conflitto articolata in tre momenti. Lo jus ad bellum: è giusto entrare in guerra? Lo jus in bello: come si combatte in modo legittimo? Il più recente jus post bellum: come si esce dal conflitto con dignità?

Questa architettura concettuale funziona bene per le guerre del passato. Guerre nelle quali lo strumento bellico era qualcosa di passivo: una spada, un fucile, un missile. Lo strumento esegue, l’uomo decide. Il giudizio morale riguarda chi usa l’arma e come, non chi l’ha costruita e in che modo.

L’intelligenza artificiale rompe questa separazione. E lo fa in modo strutturale, non accidentale.

Le decisioni prese in laboratorio

Un sistema di AI militare non è un fucile. È un agente decisionale parzialmente autonomo, le cui scelte dipendono da decisioni prese molto prima del conflitto: quali dati sono stati usati per addestrarlo, quali obiettivi sono stati ottimizzati, quali limiti sono stati incorporati nell’architettura, chi ha validato il sistema e secondo quali criteri.

Queste non sono scelte tecniche neutre. Sono scelte morali. Se il dataset di addestramento sovra-rappresenta certi tipi di minacce, il sistema le identificherà con maggiore aggressività — indipendentemente da qualsiasi ordine operativo successivo. Se il modello non incorpora un principio di distinzione tra combattenti e civili sufficientemente robusto, quel vuoto non si colma sul campo di battaglia.

«La domanda non è se possiamo costruire macchine che combattano. La domanda è quali valori incorporiamo in esse prima che lo facciano»

La filosofa Mariarosaria Taddeo, docente di Etica Digitale all’Università di Oxford, ha lavorato a lungo su questo problema nel suo libro Codice di guerra, edito in italiano da Raffaele Cortina Editore nel 2025 ma l’edizione originaria è in inglese, The Ethics of Artificial Intelligence in Defence, Oxford University Press, 2024. La sua tesi centrale è che la responsabilità morale per i sistemi AI militari non appartiene solo a chi li usa: appartiene all’intera catena — progettisti, ricercatori, manager, decisori politici. E quella responsabilità deve essere fissata prima del danno, non attribuita dopo.

Una nuova categoria: lo jus ante bellum tecnologico

Il ragionamento di Taddeo apre implicitamente uno spazio che la teoria della Guerra Giusta non ha ancora nominato. Possiamo chiamarlo jus ante bellum tecnologico — la giustizia della guerra nella fase di progettazione degli strumenti bellici intelligenti.

La categoria ha tre implicazioni concrete.

La prima è la pre-determinazione delle scelte. Quando un ingegnere informatico decide quali dati usare per addestrare un modello militare, sta già prendendo una decisione morale. L’etica si sposta a monte: non basta chiedersi “questo attacco era proporzionato?” ma “questo sistema era in grado di giudicare la proporzionalità?”

La seconda è l’architettura come norma. I limiti incorporati in un sistema AI — le cosiddette guardrail o red line — non sono vincoli tecnici: sono norme operative con effetti letali diretti. Rimuoverle o mantenerle è una scelta politica e morale prima ancora che ingegneristica. È esattamente questo che Amodei si rifiutava di fare.

La terza è la non-reversibilità. Un ordine militare sbagliato può essere revocato. Una scelta architetturale incorporata in sistemi già dispiegati su larga scala è molto più difficile da correggere. Questo aggrava la responsabilità di chi progetta: le sue decisioni hanno una persistenza e una scala che le decisioni operative spesso non hanno.

Il paradosso di Norimberga. Taddeo richiama i processi di Norimberga: i giudici insistettero sulla responsabilità individuale perché senza di essa la guerra scivola nell’atrocità. Con l’AI, quella catena di responsabilità si allunga e si disperde. La risposta di Taddeo è la «scommessa morale»: chi progetta un sistema bellico AI si assume preventivamente la responsabilità per gli effetti che non può prevedere. Non è un concetto comodo. Ma è l’alternativa all’impunità strutturale.

Chi ha torto nell’analogia Boeing

Il Segretario alla Difesa Hegseth ha usato un’analogia apparentemente ragionevole: quando il governo compra un aereo da Boeing, il produttore non decide come viene usato. Lo stesso dovrebbe valere per i modelli AI.

L’analogia è sbagliata, e capire perché è importante. Un aereo è uno strumento passivo: esegue gli ordini del pilota senza interpretarli. Un modello di AI è un agente che interpreta situazioni, valuta opzioni, produce raccomandazioni. Le sue interpretazioni dipendono dai valori che gli sono stati incorporati durante l’addestramento. Cedere il controllo sul modello non è come vendere un aereo: è come creare un’entità che prende decisioni semi-autonome in contesti letali, e poi rinunciare a qualsiasi voce in capitolo su come quelle decisioni vengono formate.

Amodei non stava difendendo un interesse commerciale. Stava — consapevolmente o no — esercitando una forma di jus ante bellum che il governo americano non riconosceva come categoria legittima. Il conflitto era, in parte, un conflitto tra linguaggi diversi.

La domanda che resta aperta

Chi ha autorità di jus ante bellum tecnologico? Il governo che finanzia e dispone? L’azienda privata che progetta e addestra? Un organismo internazionale di regolazione? Una combinazione regolata dei tre?

Non so ancora la risposta. Ma la domanda è urgente, perché i sistemi sono già dispiegati — in Ucraina, in Medio Oriente, probabilmente in altri teatri che non conosciamo. La zona grigia si allarga ogni anno, e i governi trovano conveniente lasciarla grigia.

La teoria della Guerra Giusta ha impiegato secoli per elaborare le sue categorie. L’AI militare non ci concede lo stesso lusso. Le decisioni che formeranno le guerre del prossimo decennio vengono prese adesso, in laboratori privati, da ingegneri che probabilmente non si considerano filosofi morali. Forse è il momento di cominciare a considerarli tali.

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