La vicenda della Solgas, destinata a confluire in Astea Energia con una partecipazione del Comune di Fermo intorno al 5%, sta riaprendo il consueto dibattito sulla difesa del patrimonio pubblico. Per alcuni la fusione è una perdita: il Comune abbandona il controllo di una società che per anni ha rappresentato una presenza economica della città. Per l’amministrazione, invece, è proprio la dimensione troppo piccola di Solgas a rendere necessaria l’operazione, per evitare che una società esposta alla crescente concorrenza perda progressivamente valore.
Da una posizione di sinistra, favorevole alla presenza pubblica nell’economia ma non pregiudizialmente contraria alle operazioni di mercato, sarebbe facile schierarsi senza altre domande dalla parte della conservazione del 51%. Ma forse sarebbe un errore. La domanda giusta non è se difendere il pubblico in astratto, ma se abbia ancora senso che il Comune controlli Solgas per quello che Solgas è oggi — non per quello che era, né per quello che avremmo voluto che fosse.
La funzione pubblica della proprietà pubblica
Esiste una ragione forte per cui la sinistra guarda con favore alla proprietà pubblica delle imprese: può far sì che la collettività non sia soltanto un insieme di utenti di servizi organizzati dal mercato, ma anche proprietaria di una parte dell’economia, capace di produrre utili, mantenere competenze e occupazione sul territorio, perseguire obiettivi diversi dalla pura massimizzazione del profitto. È una concezione con una lunga storia nelle municipalizzate italiane.
Ma proprio per questo va evitato un equivoco: pubblico non è sinonimo di buono, privato non è sinonimo di cattivo. La questione politica non dovrebbe riguardare la proprietà in sé, ma la funzione che quella proprietà è concretamente in grado di svolgere. Un’impresa pubblica ha senso quando permette alla comunità di ottenere qualcosa che il mercato, o una partecipazione finanziaria minoritaria, non le darebbero altrettanto bene.
Che cosa può fare davvero oggi Solgas
Il Comune possiede il 51% di Solgas; il restante 49% è del Gruppo Società Gas Rimini. La società non è in difficoltà: ha registrato utili negli ultimi cinque esercizi, con circa 986 mila euro di utile nel 2025 e quattro dipendenti. Il problema non è la tenuta economica, ma la scala. Il progetto di fusione presentato nel 2026 segnala difficoltà crescenti nel mantenimento del portafoglio clienti del gas, un rallentamento nello sviluppo dell’elettrico e una forte pressione competitiva da parte dei grandi operatori, con una capacità commerciale limitata agli sportelli di Fermo.
Oggi il Comune non è in grado di determinare una politica energetica locale, incidere sul mercato dell’energia, usare Solgas come leva di politica industriale, o influire in modo significativo sull’occupazione del territorio — con quattro dipendenti, la questione occupazionale è comunque marginale. Può, di fatto, controllare una piccola società di vendita di energia in un mercato molto competitivo e con una clientela in erosione. È una differenza decisiva rispetto al controllare, ad esempio, un’azienda di trasporto pubblico, un gestore idrico o un operatore energetico integrato: lì la proprietà pubblica dà strumenti reali di intervento. Su una piccola utility di vendita, il 51% garantisce il controllo societario, ma va chiesto quanto potere economico reale corrisponda oggi a quel controllo.
Patrimonio e controllo non sono la stessa cosa
Si può sostenere che Solgas debba restare pubblica perché è patrimonio della città: è un argomento legittimo. Ma patrimonio pubblico e controllo pubblico non coincidono necessariamente. La fusione proposta porterebbe il Comune dal 51% di Solgas a circa il 5% di Astea (utile 2025 di circa 9 milioni di euro), con patti parasociali che dovrebbero garantire la distribuzione degli utili per un primo periodo.
Una quota del 5% non equivale al 51%, e la differenza non è solo numerica: con il 51% si possiede il controllo, con il 5% soprattutto una partecipazione economica. È dunque corretto parlare di perdita di controllo pubblico — ma resta da chiedersi quanto valga, nel caso concreto di Solgas, quel controllo. Se permettesse di perseguire una strategia con benefici pubblici significativi, conservarlo avrebbe senso. Se invece serve essenzialmente a mantenere la proprietà formale di una società priva degli strumenti per una politica economica autonoma, difenderlo a ogni costo rischia di diventare un principio fine a se stesso.
La domanda scomoda
Anche assumendo la posizione più favorevole all’impresa pubblica — il Comune deve mantenere il controllo — bisognerebbe rispondere a una domanda concreta: che cosa dovrebbe fare Solgas nei prossimi dieci anni che una grande società energetica non potrebbe fare altrettanto bene? Acquisire nuovi clienti, ampliare il territorio servito, sviluppare comunità energetiche ed efficientamento: con quali investimenti, quale capacità finanziaria, quale scala? Se la risposta è che Solgas dovrebbe crescere, bisogna spiegare come. Perché mantenere il 51% di una società piccola non è una strategia di politica economica: è solo una condizione proprietaria.
La fusione non risolve automaticamente il problema
Questo non significa che l’operazione con Astea vada considerata automaticamente positiva. L’amministrazione sostiene che permetterà di mantenere presidio territoriale, dipendenti e servizi inserendo Solgas in una realtà più grande. Ma è una scelta da verificare, non da credere sulla parola. Bisognerebbe conoscere con precisione: il valore economico attribuito a Solgas e quello della partecipazione in Astea; i dividendi realisticamente attesi; la durata delle garanzie nei patti parasociali; i poteri che resteranno al Comune; le garanzie su sportelli e personale; le prospettive industriali di Astea; e, soprattutto, il beneficio concreto per i cittadini di Fermo. Solo allora si potrà dire se siamo di fronte a una dismissione di patrimonio pubblico o a una riorganizzazione che lo rende più solido.
Non è una questione di pubblico contro privato
Una sinistra seria non dovrebbe dire «Solgas è pubblica, quindi deve restare pubblica», ma «la proprietà pubblica deve produrre un interesse pubblico verificabile» — e poi chiedersi quale sia questo interesse: capacità di orientare il mercato energetico, politica del lavoro, condizioni migliori per i cittadini, rendimento finanziario, presidio territoriale. Ogni voce va misurata sui fatti, non affermata per principio. Altrimenti la difesa della proprietà pubblica rischia di trasformarsi in conservatorismo proprietario — un paradosso, per una cultura politica nata per mettere l’economia al servizio della società.
Una domanda da sinistra
Pur guardando con diffidenza alla progressiva uscita del Comune dall’impresa, e pur ritenendo importante in linea di principio la presenza pubblica nell’economia, credo che sulla Solgas si debba avere il coraggio di porre una domanda scomoda: questa partecipazione consente ancora alla comunità fermana di esercitare un potere economico, sociale o strategico che valga più dei costi e dei rischi necessari per conservarla?
Se la risposta è sì, il 51% va difeso, e va spiegato come rilanciare Solgas. Se è no, la sinistra dovrebbe saper riconoscere che anche un’impresa pubblica può diventare troppo piccola per la funzione per cui la si era voluta pubblica. E allora la domanda non sarebbe più «vendere o non vendere», ma come trasformare il patrimonio della comunità senza disperderne la funzione pubblica. Difendere il pubblico, in fondo, non significa difendere ogni proprietà pubblica: significa difendere ciò che quella proprietà permette alla comunità di fare. Ed è proprio questo, sulla Solgas, che varrebbe la pena discutere.






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