Province come Periferie. Le radici urbane del disagio sociale.
Vivo a Fermo da sempre. Ho avuto la fortuna di visitare, e a volte abitare, in grandi città. Per decenni mi ero convinto che la provincia fosse la risposta giusta al problema della città: meno caos, più comunità, relazioni umane ancora possibili. Qualcosa, però, non torna più.
La provincia aveva una sua logica precisa. Chi era nato lì, era andato in città per lavoro o per le opportunità che solo la città offre ai giovani, prima o poi tornava. Non per nostalgia sentimentale, non per imitare gli eccentrici nordeuropei in cerca di cascine da ristrutturare. Tornava perché la piccola città di provincia offriva qualcosa di concreto: facilità nei rapporti, bellezza del paesaggio, senso di appartenenza a una comunità. E servizi spesso migliori di quelli anonimi e sovraffollati delle metropoli. Uno stile di vita sobrio, con tempi dilatati, accessibile anche a chi non ha grandi capacità di spesa.
Nelle città, nel frattempo, il conflitto classico era tra centro e periferia. Il centro era il luogo del potere, degli affari, della cultura, dei vincenti. La periferia era il luogo dello scarto: cemento, capannoni dismessi, grandi complessi residenziali senza servizi, incuria di giorno e degrado di notte. Le periferie ospitavano anche le grandi enclave del consumo — centri commerciali, multisale, discoteche — che però non miglioravano la vita di chi ci abitava. Droghe per sollievi momentanei.
Questo mondo si è frantumato.
Oggi non esiste più un centro contrapposto a una periferia. Esiste una rete di nodi, più o meno connessi, più o meno distanti tra loro. Chi ha le risorse per essere connesso vive saltando da un’isola all’altra dell’arcipelago: l’appartamento blindato nella zona residenziale protetta, il ristorantino etnico, lo smart working in ambiente curato, l’agriturismo esclusivo nel weekend, lo shopping online. Tutto questo anche a decine di chilometri di distanza, purché si viaggi climatizzati con i vetri oscurati, perfettamente ignari di ciò che c’è negli spazi intermedi.
Perché negli spazi intermedi, nel frattempo, si è espansa la periferia. Ha occupato tutto ciò che la frammentazione del centro ha lasciato vuoto. Ha conquistato quello che una volta era il cuore delle città: i palazzi della classe dirigente, ora trasferita nei sobborghi residenziali, sono stati lasciati a chi sogna — aiutato dalla televisione o dai social — di entrare per un momento nella rete che conta, o a chi sa già che il destino è lì, tra le macerie di un vecchio mondo che non esiste più.
La provincia ha subito la stessa sorte. È sparita come categoria distinta, assorbita in quel grande blob che è la periferia contemporanea.
Il meccanismo è riconoscibile anche qui, a Fermo. La provincia si è specializzata nelle enclave necessarie alla vita protetta di chi può permettersela: agriturismi con cucina biologica, rievocazioni storiche, passeggiate lungomare curate, sentieri strutturati per dare l’illusione dell’avventura, aree ciclabili per il fitness all’aperto. Tutto il resto è stato abbandonato: marciapiedi rotti, strade piene di buche, palazzine fatiscenti, zone residenziali senza manutenzione, zone industriali senza occupazione.
Fate un giro a Porto Sant’Elpidio dopo il tramonto: la concentrazione di prostituzione lungo le strade non la si vede facilmente nemmeno nel quadrilatero dell’EUR a Roma. Oppure andate a Campiglione di Fermo, che da zona agricola si è trasformata nel quartiere di periferia per eccellenza — centri commerciali, multisale, capannoni in attesa di senso. Tra poco arriverà anche l’ospedale, e poi ogni altro servizio possibile. Non serve avvicinarsi a Lido Tre Archi, quartiere nato per far vivere un turismo di provincia a chi viveva semplicemente di periferia nelle grandi città, divenuto da subito periferia esasperata esso stesso ed oggi incapace di farsene una ragione. Poi tornate a Fermo città, dopo che si sono spente le luci delle messe in scena della piazza o del Girfalco, della cavalcate o delle sagre. Resta un ammasso di case e palazzi più o meno fatiscenti, strade vuote, negozi chiusi, botteghe scomparse.
La domanda non è retorica: che fine ha fatto la vita di provincia? Non la nostalgia per un mondo che forse non è mai esistito esattamente come ce lo ricordiamo. Ma il senso di comunità, le relazioni umane non mediate, i tempi lunghi, il buon cibo, persino la noia — quella noia sana che lasciava spazio al pensiero.
Non è andata persa da sola. È stata smontata pezzo per pezzo: dalla deindustrializzazione che ha svuotato le zone produttive, dalla speculazione edilizia che ha costruito senza pianificare, dal ritiro progressivo dei servizi pubblici, da politiche urbanistiche che hanno premiato le enclave e abbandonato il resto. Non è un destino inevitabile. È una serie di scelte. E come tutte le scelte, potevano essere fatte diversamente.






Be First to Comment