Uno spettro s’aggira per la Chiesa cattolica italiana, la cultura “woke”. Dopo la paura della cosiddetta cultura “gender”, che per qualche anno ha imperversato per parrocchie e diocesi italiane, dimostrando poi la sua totale inconsistenza, è arrivato il momento del cosiddetto “wokismo”.
Giornali e intellettuali cattolici stanno diffondendo questo “pericolo” che i gruppi cattolici di vario genere non avevano mai sentito parlare prima ma che ora, grazie alla diffusione mediatica, iniziano, inevitabilmente, ad averne paura. Il teologo e storico delle religioni Gabriele Palasciano, conclude un articolo sul nostro tema pubblicato su “La rivista del clero italiano”, dicendo «il wokismo rappresenta una minaccia per la civiltà occidentale e per il cristianesimo».
Leggendo quello che scrivono La Civiltà Cattolica, l’Avvenire e alcuni teologi, come appunto Gabriele Palasciano, la cultura woke sembra un concentrato di ogni male possibile per il cristianesimo e la civiltà occidentale. Essa si basa sulla cosiddetta French Theory (Baudrillard, Simone de Beauvoir, Deleuze, Foucault, Derrida e Lyotard, tanto per fare due nomi) e su un substrato culturale che credevo superato da tempo e che invece è stato rispolverato a piene mani e che si chiama “post-moderno”. Un po’ come il “comunismo” per le retoriche politiche di Silvio Berlusconi, per i detrattori della cultura woke il post-moderno racchiude in sé tutte le derive negative della cultura contemporanea.
Il wokismo è stato giudicato una nuova religione. Sul serio. Palasciano, nello stesso articolo, afferma che «si tratta cioè di un credo prettamente secolare e supersessionista, però al contempo a-teiologico, ossia privo di un riferimento alla più generica dimensione del divino, e a-teistico oppure a-teologico, vale a dire sprovvisto di un riferimento a Dio. In quest’ultimo caso, il bersaglio è rappresentato dal Dio personale, trascendente, delle tre religioni monoteiste, ma pur sempre, per via della genesi “culturale” occidentale del medesimo wokismo, principalmente della tradizione giudaico-cristiana».
Per fortuna i lettori della Rivista del clero potrebbero non aver capito il lessico utilizzato dall’autore: “teiologico” non è un errore di battitura ma viene dal greco Theiòn e Logos, cioè indagatore del divino, del mistero, del sacro, mentre “supersessionista” non ha a che fare con poteri particolari da super-eroe ma è un termine che deriva dal latino supersedeo, ovvero “sedere sopra” o “soppiantare” e potrebbe significare anche “soprassedere” nel senso di “tralasciare” ma qui è un termine che riprende una vecchia teoria (secondo me, eretica) dei primi secoli, la teologia della sostituzione, che voleva il cristianesimo soppiantare, sostituire l’ebraismo.
Pochi mesi prima di Palasciano, a giudicare il wokismo una religione era stato un filosofo francese, Jea-Françoise Braunstein, nel libro La religion woke, che però nelle righe iniziali del suo libro dice che il wokismo non ha nulla a che vedere con la French Theory (insomma, mettetevi d’accordo).
Bisogna anche aggiungere, ad onor del vero, che molti contributi anti woke del mondo cattolico, in pieno stile centrista democristiano, non sono poi così radicali, invitano alla prudenza, dicono che ciò che esprime il wokismo va combattuto perché estremizza un pensiero che però, con le sue elaborazioni più pacate bisogna dialogare, ecc…
Resta il fatto che la paura si diffonde e inizia ad imperversare nel mondo cattolico. E la paura, si sa, è la chiave culturale della nostra epoca.

Chi e perché ha paura del woke?
Per affrontare questa paura bisogna prima di tutto dire che il Woke e la relativa Cancel Culture non esistono, o meglio, sono categorie-contenitore inventate a fini polemici, che aggregano fenomeni reali ma eterogenei. Sono termini, cioè, creati dai detrattori per racchiudere in un’unica parola comportamenti e pensieri molto diversi tra di loro. Non solo, ma questi comportamenti e pensieri sono nati e diffusi esclusivamente nelle università statunitensi, fuori dalle quali è difficile capire davvero di cosa si tratta. La nota introduttiva di Noam Chomsky al libro di Palasciano, Christianisme, cancel culture et wokisme. Quel rapport au passé en société contemporaine?, se nell’intenzione di Palasciano forse voleva dimostrare che la critica alla cancel culture non è un’esclusiva della destra reazionaria o dei settori ecclesiali tradizionalisti, essa invece mostra che la critica è tipica ed esclusiva del mondo culturale accademico americano, difficilmente esportabile in quello europeo e, a fortiori, in quello ecclesiale.
Inoltre, i termini “woke” e “cancel culture” non sono elaborazioni teoriche accademiche verso le quali sarebbe possibile imbastire un dialogo accademico, sono espressioni nate su internet e nei social network, create da chi non ama quei pensieri e quelle prassi, che hanno in sé tutte le caratteristiche dei termini che nascono su internet e nei social, cioè polarizzazione, carica emotiva, odio gratuito, anonimato, tutte caratteristiche che rendono impossibile un dialogo.
La cosa ancora più interessante è chiedersi perché chi non è statunitense e non vive in quei college universitari dovrebbe occuparsi di questi fenomeni che chi li avversa chiama woke e cancel culture. La risposta non è facile. Le università europee sono state appena sfiorate dal wokismo o dal cancel culture, e quelle pontificie per nulla, e movimenti politici americani di “risveglio” (woke, in inglese, significa appunto “sveglio”) come #me-too o Black Live Matter sono conosciuti in Europa più che altro per mezzo dei media e non perché presenti nella vita politica o culturale europea. A questo proposito vi invito a leggere l’illuminante libro di Adrian Daub, The Cancel Culture Panic.
Ho l’impressione che il vero obiettivo di chi diffonde nel mondo cattolico italiano la paura del wokismo sia la riflessione teologica “progressista”, chiamiamola così, e le prassi pastorali ad esse legate, sdoganate nell’epoca di papa Francesco ed ora occultamente combattute come pericolose e fatte ritornare nella nicchia da cui erano nate o fatte scomparire del tutto. La teologia femminista, la teologica ecologia, la riflessione teologica sull’omoaffettività e il movimento LGBTQ+ cattolico, la teologia indigena e afroamericana post-colonialista e la relativa liberazione dalla dipendenza economica, cioè tutte quelle riflessioni che una volta sarebbero state classificate dentro il termine più ampio di “teologia della liberazione”, ora rischiano di diventare il “woke” del cattolicesimo, minacce per la civiltà occidentale e il cristianesimo.
Questo della diffusione della paura “woke” è un tentativo maldestro che, come il “gender”, finirà e si sgonfierà a breve ma bisogna stare sempre all’erta, prima o poi arriverà un altro colpo.






Be First to Comment