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Berlinguer e la questione (im)morale

Quarantacinque anni fa, nel luglio del 1981, Enrico Berlinguer rilasciava a Eugenio Scalfari una delle interviste più lucide e coraggiose della storia politica italiana (https://www.enricoberlinguer.it/questione-morale-berlinguer/). Il nucleo era semplice e devastante: la crisi italiana non era solo economica o istituzionale, ma prima di tutto morale e politica. I partiti — diceva Berlinguer — avevano occupato lo Stato, trasformato le istituzioni in strumenti di potere, smesso di rappresentare i cittadini per rappresentare soltanto sé stessi.

Era una diagnosi vera. E, in larga misura, rimane vera.

Il problema non è Berlinguer. Il problema è ciò che della sua riflessione è stato fatto nei decenni successivi: una distorsione lenta, quasi impercettibile, che ha trasformato una critica strutturale al potere in uno strumento identitario, in un surrogato della politica, in una delega permanente alla magistratura e ai giornalisti d’inchiesta. Una questione morale che, a forza di essere agitata, è diventata — essa stessa — una questione di moralità assai dubbia.

Cosa diceva davvero Berlinguer?

Vale la pena ricordarlo, perché la memoria collettiva tende a semplificare. Berlinguer non diceva che i politici erano cattive persone. Diceva che il sistema politico italiano aveva subito una degenerazione strutturale: i partiti erano diventati macchine autoreferenziali di occupazione del potere, separate dalla società, incapaci di rappresentanza reale. La corruzione non era un difetto di carattere di qualche individuo: era il prodotto di un sistema che aveva perso la propria funzione democratica.

E — questo è il punto che viene dimenticato più spesso — Berlinguer non era antipartitico. Non diceva “i partiti sono inutili”. Diceva l’opposto: i partiti sono indispensabili alla democrazia, ma devono tornare a essere strumenti di partecipazione e non apparati di potere chiusi su sé stessi. La sua era una critica riformatrice, non nichilista.

Questa distinzione è fondamentale. Perché è esattamente questa distinzione che i suoi eredi hanno sistematicamente ignorato.

La distorsione comincia con Tangentopoli

Il punto di svolta è Mani Pulite. Le inchieste degli anni Novanta travolsero la Prima Repubblica e con essa i partiti che Berlinguer aveva criticato. Ma travolsero anche, sia pure marginalmente, il PDS — erede del PCI — che non poté più rivendicare con la stessa disinvoltura la propria estraneità al sistema dei finanziamenti illeciti.

A quel punto si apre una biforcazione. Una strada avrebbe richiesto di fare i conti con la complessità: riconoscere che la corruzione era sistemica, che nessuno ne era del tutto immune, che servivano riforme istituzionali serie — sulla definizione giuridica dei partiti, sul finanziamento pubblico, sui regolamenti parlamentari. L’altra strada era più comoda: continuare ad agitare la questione morale come strumento di differenziazione identitaria, delegando alla magistratura il compito di “ripulire” la politica italiana.

Molta sinistra ha imboccato la seconda strada. E non ne è più uscita.

Il moralismo come surrogato della politica

Questa è la vera distorsione, e vale la pena nominarla con chiarezza: la denuncia morale dei comportamenti individuali è diventata un comodo surrogato dell’iniziativa politica. Invece di elaborare proposte su fisco, lavoro, welfare, istituzioni, si è imparato a indicare il corrotto di turno. Invece di costruire una visione, si è imparato a costruire un’accusa.

Il meccanismo è semplice e, per certi versi, comprensibile. Per vent’anni il principale avversario politico della sinistra è stato Silvio Berlusconi, un imprenditore con una traballante posizione giudiziaria arrivata fino a condanne definitive. La tentazione di trasformare lo scontro politico in uno scontro morale — noi onesti contro lui corrotto — era fortissima. E la sinistra vi ha ceduto quasi completamente.

Il risultato è stato un riflesso condizionato giustizialista che si è sedimentato in abitudini culturali difficili da estirpare. La magistratura come strumento di pulizia politica. Le inchieste giornalistiche come forma surrogata di opposizione. Lo scandalo come notizia politica principale. Il vizio privato del politico, avversario o interno che sia, come argomento decisivo nel dibattito pubblico.

Tutto questo svuota la questione morale di ogni contenuto politico reale. Trasformare una domanda sul funzionamento del potere in un eterno processo morale alle persone è fare spettacolo.

Il danno prodotto

Le conseguenze di questa deriva sono state pesanti, e non solo per la sinistra.

Il giustizialismo mediatico-politico ha contribuito in misura significativa alla crescita degli umori antipolitici e populisti. Quando la politica si riduce a una gara di accuse reciproche, quando ogni settimana c’è uno scandalo nuovo e ogni scandalo diventa un’emergenza morale mediatica, i cittadini imparano a non fidarsi di nessuno. L’antipolitica non nasce nel vuoto: nasce anche da questo clima permanente di delegittimazione, in cui la colpa è sempre degli altri e la soluzione è sempre la “pulizia”.

C’è poi un danno specifico nel rapporto con una parte consistente del paese. Non tutti coloro che non si riconoscono nel moralismo giustizialista sono ladri o evasori. Molti sono persone comuni che percepiscono — correttamente — un senso di superiorità morale insopportabile in chi usa la questione morale come clava identitaria. Quel senso di superiorità — “noi siamo diversi”, “noi siamo perbene” — è precisamente ciò che gli epigoni di Berlinguer hanno coltivato con maggiore costanza.

C’è infine una ferita interna alla sinistra che non si è mai del tutto rimarginata: il giudizio su Craxi e sui socialisti, che molti ex PSI considerano un’ingiustizia mai riconosciuta. Il duello tra PCI e PSI appartiene ormai alla storia, ma i rancori sedimentati hanno lasciato tracce. L’antico antisocialismo si è tradotto in antiberlusconismo, ugualmente moralistico e ugualmente poco politico. Un cambio di bersaglio, non un cambio di metodo.

La domanda che resta

Berlinguer aveva capito qualcosa di vero e di importante: una democrazia non regge se i cittadini percepiscono il potere come orientato esclusivamente a riprodurre sé stesso. Quella domanda è ancora aperta, ed è ancora urgente.

Ma la risposta non può essere il giustizialismo. Non può essere la delega alla magistratura. Non può essere lo scandalo come forma di opposizione politica. Non può essere la superiorità morale come sostituto della proposta.

La risposta deve essere politica, nel senso più pieno del termine: riforme istituzionali, costruzione di rappresentanza, elaborazione di visioni del mondo, capacità di parlare a un paese reale e non a una comunità di giusti.

Berlinguer lo sapeva. Quarantacinque anni dopo, sarebbe ora che lo sapessero anche i suoi eredi.

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