Mi è stato chiesto da molti perché uso il nome “Jack Malloy” nei miei profili social. Quando sono nati i social, vari anni fa, soprattutto Facebook, si sono diffusi profili anonimi, la cui foto non corrispondeva a nessuna faccia reale, i quali intervenivano nei vari gruppi che si creavano dicendo a volte cose intelligenti, non sempre condivisibili. I responsabili di quei gruppi cacciavano sistematicamente questi profili anonimi dicendo che per dire certe cose bisogna metterci la faccia.
Io non ero d’accordo. Ero, e sono, convinto che una identità, anche con nome, cognome e faccia reali, non sia la stessa se usata su un social o nella vita di tutti i giorni. Il che non vuol dire che non sia abbiano delle responsabilità, anzi, ma chi esercita queste responsabilità non è sempre la stessa persona. Per affermare questa mia convinzione ho deciso di accompagnare il mio nome e cognome reale a un nome e un cognome fittizio, di fantasia.
Ho scelto “Jack Malloy” perché è il personaggio di fantasia che più mi ha colpito nella mia giovinezza, con il quale per un lungo periodo mi sono identificato. Jack Malloy è un personaggio secondario del libro di James Jones, “Da qui all’eternità” (From here to eternity). Un romanzo del 1952 che racconta la vita militare americana nelle isole Hawaii appena prima l’attacco di Pearl Harbor. Un capolavoro assoluto della letteratura statunitense e del pacifismo mondiale. Il personaggio Jack Malloy è presente solo nel libro quarto, “La palizzata”. Vi propongo i brani più importanti che parlano di lui nell’edizione italiana del 1974, pubblicata da Arnaldo Mondadori Editore, tradotta da Glauco Cambon. Quella che ho letto io negli anni ’80.
Buona lettura.

Jack Malloy
«Nel nostro mondo, cittadini» disse bonariamente l’omone «c’è una maniera sola in cui l’uomo possa avere la libertà, vale a dire morire per essa, e quando è morto non gli giova a nulla. Ecco tutto il problema, cittadini. In un guscio di noce».
Era una sua abitudine, venne a sapere Prew in seguito, Jack Malloy chiamava sempre tutti con l’appellativo di cittadino. Una volta, si diceva, aveva dato del cittadino anche al maggiore Thompson un paio di volte. Gli era valso quattro giorni in più nel Buco. Prew si domandò perché facesse cose del genere, e poi dicesse sempre agli altri di non farle.
Jack Malloy aveva una prerogativa singolare. Quando ti guardava con i suoi occhi di candido sognatore e ti parlava con quella morbida voce potente, tu cominciavi a patir l’illusione di essere la persona più importante di questo, o di qualunque altro pianeta; e ti credevi capace di fare molte cose di cui non ti saresti mai ritenuto capace.
Lui era stato dappertutto e aveva fatto quasi tutto nei suoi trentasei anni. Fra l’altro, camminava ancora con un po’ di rollio da marinaio. Ciò dava perfetto risalto al suo fisico e gli conferiva una iattanza regale che nella Palizzata era cosa da incutere sgomento. E per i soldati di professione non c’è niente di così romantico come un marinaio mercantile. Inoltre nell’esercito c’è un grande rispetto per la parola stampata. Jack Malloy aveva letto montagne di libri. […] E non poteva parlare senza citar libri dei quali essi non avevano mai sentito parlare. Ma queste cose non le faceva neppure per consolidare la sua reputazione. Jack Malloy era un tipo d’uomo che non doveva guadagnarsi la sua reputazione; questa gli era profferta gratuitamente dalla fantasia di ogni uomo della Palizzata.
Nato da uno sceriffo di contea nel Montana nel 1905, Jack Malloy aveva dodici anni nel 1917 quando suo padre cominciò a mettere in galera di buzzo buono quelli dell’Internazionale operaia (IWW, Industrial Worker of the Word). Fu questo che gli diede l’abbrivio: I wobblies gli avevano insegnato a leggere. Iniziò le sue letture nel carcere paterno coi libri che loro si portavano sempre appresso. Per gratitudine egli si offrì di aiutarli a fuggire dalla prigione di suo padre. Quando i wobblies rifiutarono tale offerta, egli imparò la prima lezione di ciò che doveva diventare la sua passione della resistenza passiva
«Tu non ti ricordi dei wobblies. Eri troppo giovane. Oppure non eri ancora nato. Non c’è stato niente di simile a loro, prima o dopo. Loro si autodefinivano economisti materialisti, ma quel che erano in realtà era un movimento religioso. Erano schiene dure e vagabondi come me e te, ma erano amalgamati da una visione che noi non possediamo. Era la loro visione che li rendeva grandi. Ed era la loro fede in questa visione che li rendeva potenti. E il canto! non hai mai sentito nessuno cantare al modo in cui cantavano loro! Nessuno canta come loro se non per una religione»
Il ricordo più vivido della sua giovinezza era di gruppi di loro, dieci o venti alla volta, imprigionati durante il raccolto d’autunno per una delle loro lotte pro libertà di parola, seduti entro le barre del secondo piano del carcere a cantar le loro canzoni scritte per loro da Joe Hill, o il Solitario eterno di Ralph Chaplin, un canto che investiva mareggiando la città finché nessuno più poteva sfuggirgli.
«I cittadini si sarebbero trovati meglio se li avessero lasciati fare, se gli avessero consentito di leggere la Costituzione agli angoli delle strade senza molestarli. Allora loro sarebbero passati oltre».
Quando prese la decisione di fuggir di casa per protesta i prigionieri di suo padre gli avevano realisticamente consigliato di armarsi d’un certificato di nascita legalizzato. «“È quasi buffo, figliolo” mi disse uno di loro “veder quanta gente tenterà di accusarti di essere uno straniero non naturalizzato”. Si chiamava Bradbury» ghignò Malloy «colui che me lo disse, e i suoi avevano combattuto contro i francesi e i pellerosse prima della Rivoluzione».
Uno di loro gli diede una copia della Teoria della classe agiata di Veblen e il Il Piccolo Canzoniere Rosso con le canzoni di Joe Hill, da portarsi con sé, e dall’ora in poi egli si era sempre portato la sua parte di nuovi libri da leggere nel suo zaino o fagotto o valigia o sacco da marinaio, anche nell’esercito. Il primo libro che si era comperato, coi primi soldi del primo lavoro, eran le Foglie d’erba di Walt Whitman, da aggiungere a Veblen e a Joe Hill, e dopo quella prima copia ne aveva consumate altre dieci. La seconda cosa che si comprò fu la sua Tessera Rossa e la quota d’iscrizione all’Internazionale Operaia. Il resto andò per la sua prima vera sbornia e il suo primo vero pezzo di femmina. Da allora non era più tornato a casa.
Fece per parecchi anni il marinaio scelto sui cargo sudamericani che partivano da San Francisco. Stava ancora cercando. Seguitò a leggere. […] Navigava su linee trans-oceaniche e per tutto il globo, e allora Jack Malloy aveva toccato tutti i porti, da Amburgo a Manila e da Sciangai a Londra. Aveva fatto di tutto, dal barista alla guida turistica, fra una traversata e l’altra. E aveva amato ogni sorta di donne, da ossute geishe giapponesi a soffici chellerine tedesche. «Non mi son mai portato a letto una donna che non amassi. Forse dopo lei mi ispirava antipatia, per qualche altra ragione. Ma al momento di possederla, ne ero innamorato. Questo lo dichiaro come fatto osservato, senza tentativi di spiegazione o giustificazione. È una cosa che ho travato vera per quasi tutti gli uomini, se riesci a farli parlare e a farglielo ammettere. […] Io non mi pongo piani mediante i quali coordinarla in future strutture sociali» sogghignò Malloy «ma prima che venga il Millennio qualcuno dovrà tenerne conto in un modo o nell’altro. È una delle ragioni per cui non mi sono mai sposato».
Jack Malloy, con undici anni di esperienza di uomo di mare alle spalle, all’età di trentadue anni, ritornò a casa. Si arruolò da fantoccino nell’esercito regolare. Voleva partecipare alla guerra. Seguitava ancora a leggere.
«Di tutti quanti» diceva «credo che i wobblies ci siano andati più vicino. Nessuno mai li capì sul serio. Loro avevano il coraggio, e quel che più conta, ci avevano anche il cuore tenero. La loro sconfitta fu dovuta a difettosa tecnica di esecuzione, anziché a errori di concetto. Ma inoltre, io non credo che fosse venuta la loro ora. Io sono un fatalista. Se credi nella logica dell’evoluzione non ti resta che essere un fatalista.
«Ci ho pensato moltissimo. Cristo dovette avere il suo Isaia; anche Martin Lutero ebbe il suo Erasmo. Io credo che i wobblies fossero i profeti e precursori di una nuova religione. Lo sa Iddio se ne abbiamo bisogno. E se tu avessi mai studiato l’evoluzione delle religioni come fatti naturali anziché mistiche soprannaturali, come ho fatto io, non avresti l’aria così esterrefatta.
«Credi forse che le religioni siano così costanti? Inflessibili e solide e nate adulte? Le religioni si evolvono. Sorgono da un bisogno, come qualsiasi altro fenomeno naturale, e seguono le stesse logiche naturali. Nascono, crescono, fanno figli, e figli illegittimi, e muoiono. Ogni vera religione segue lo stesso sentiero logico» […]
«Guarda» disse animatamente «che cos’era il giudaismo? Il giudaismo insegnava che Dio era fisso come la terra intorno a cui l’universo gravitava, immutabile, un Dio di eterna punizione e vendetta; il giudaismo insegnò i Dieci comandamenti.
«Bene dunque. Cosa fece il cristianesimo? Il cristianesimo prese il giudaismo e lo cambiò un poco. Insegnò pur sempre che Iddio era fisso e immobile ma cambiò il Dio di eterna punizione e vendetta in un Dio di eterno amore e perdono che puniva il male solo quando vi era assolutamente costretto. Il cristianesimo sostituì ai Dieci Comandamenti il Sermone della Montagna
«Bene, dunque, e quale sarebbe il prossimo passo, il prossimo logico gradino evolutivo? Non potrebbe essere una religione la quale insegni che Dio non era affatto fisso? Una religione la quale insegni che Dio non sarebbe nulla di nulla se non fosse eternamente mutevole? Che né la terra né il sole sono l’immutabile centro fisso, ma che invece non vi è centro, poiché Einstein dice che l’universo è un cerchio nel tempo in cui terra e sole sono particelle minori e tutto è un flusso costante e cambia sempre. Non potrebbe la nuova religione insegnare che invece di essere fisso in permanenza Dio è crescita ed evoluzione, un Dio che non è mai lo stesso due volte?»
Quando si spingeva fino a questo punto, non parlava più a Prew per distrarlo dal pensiero di Angelo. Era perso nel suo discorso ed esponeva la teoria che era giunta ad ossessionare tutta la sua vita. Gli occhi di sognatore indomito non riconoscevano più Prew come Prew né ricordavano una persona di nome Angelo. E, strano a dirsi, era allora e soltanto allora che Prew riusciva a perdersi in quell’ascolto tanto da dimenticare che ci fosse un Angelo Maggio, mentre gli occhi del sognatore lo dominavano e la sommessa voce gentile seguitava a sgranarsi.
«Vedi che cosa comporta? Se Dio è instabilità anziché fissità, se Dio è sviluppo ed evoluzione, allora non si ha più bisogno del concetto di perdono. Già il semplice concetto di perdono implica un’azione cattiva, il peccato originale. Ma se l’evoluzione è sviluppo attraverso la prova e l’errore, come fanno gli errori ad essere cattivi? Dato che contribuiscono allo sviluppo? Forse che una madre si sente obbligata a perdonare il suo bambino perché ha mangiato mele acerbe o ha messo le mani sulla stufa? Hai mai amato sul serio qualcuno, o qualcosa? Una donna; hai mai amato una donna? Se hai amato davvero una cosa, non hai mai nemmeno preso in considerazione l’idea di perdonarle qualcosa, vero? Tutto quello che ti faceva non aveva importanza, vero? Per quanto male ti facesse. Non hai bisogno di perdonare qualcosa che ami. Perdoni chi non ami. […] Non sei mai così compiaciuto di te, o così probo, o così superiore, da dirti – o da dirgli – che la perdoni».
E con ciò era esposta la filosofia di Jack Malloy, la sua religione predicata, il suo credo stabilito. Tutti gli anni dei wobblies, le lotte coi comunisti, gli anni di mare, le donne che aveva amate sennò non le avrebbe portate a letto, e l’esercito; tutto concentrato in una sovraumana distillazione di esperienza nel tentativo di spiegare tutto: che sul vecchio Dio di vendetta, sul nuovo Dio di perdono, c’era l’ancora più nuovo Dio di accettazione, il Dio dell’amore-che-sorpassa-il-perdono, il Dio che non vedeva non udiva e non parlava il male per il semplice fatto che il male non c’era.
Jack Malloy poteva amare la razza umana perché si aspettava in anticipo di essere abbandonato dagli amici e colpito dai nemici e tradito dai capi. Queste cose le vedeva come reazioni naturali da prevedere, anziché perfidie da stigmatizzare.
Se un rimpianto c’era nella vita di Jack Malloy, era quella di essere nato fuori tempo. Era nato coi profeti, anziché col Messia.
«Perché verrà» diceva. «Non è ancora venuto, ma a un certo punto dovrà venire. La logica e l’evoluzione esigono questo avvento. E l’avvento sarà qui in America, perché è qui in America, nella patria della razza più odiata, che sarà la speranza del mondo. Le più grandi religioni sorgono sempre dalle razze odiate. Forse io non arriverò a vederla. Forse nemmeno tu. Ma deve venire».






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