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Rifeudalizzazione e le democrazie occidentali

Mi permetto di pubblicare il mio intervento alla presentazione del libro di Massimo De Carolis, Rifeudalizzazione. La mutazione che sta disintegrando le democrazie occidentali, Feltrinelli, 2025, avvenuta nel Centro Culturale San Rocco a Fermo, mercoledì 29 aprile 2026.

Buona lettura.

C’è un uomo, nel XIII secolo, ottocento anni fa, che vive in un villaggio dell’Italia centrale.

Si chiama Giuseppe, Peppino. Non possiede nulla, se non le sue braccia. Fa il contadino ma la terra che coltiva non è sua: appartiene al signore del castello che domina la valle. Peppino lavora, porta una parte importante del raccolto al suo signore, esercita le attività di corvée, obbedisce. In cambio riceve terra da coltivare e protezione: quando arrivano i briganti o le truppe di passaggio, il signore apre le porte del castello.

Peppino non è uno schiavo. Ma non è nemmeno libero. La sua vita dipende da un rapporto personale: fedeltà in cambio di sicurezza, economica e militare, cioè politica.

Un giorno, però, il figlio di Peppino parte. Va in città. Lì scopre qualcosa di nuovo. In città può vivere da uomo libero: può lavorare per chi vuole, può stipulare contratti, può diventare mercante, può diventare cittadino. Nel Comune non deve più giurare fedeltà a un uomo, ma rispettare leggi uguali per tutti. È l’inizio del mondo moderno.

Passano otto secoli. Siamo nei giorni nostri.

C’è un altro uomo. Si chiama Francesco. Vive in una società avanzata, iperconnessa. Anche lui, in apparenza, è libero. Può scegliere, può muoversi, può lavorare.

Ma ogni giorno Francesco dipende da infrastrutture, da reti che non controlla: una piattaforma decide se il suo lavoro è visibile, un algoritmo stabilisce il suo credito, una grande azienda custodisce i suoi dati, uno Stato indebolito fatica a proteggerlo davvero.

Francesco non giura fedeltà a nessuno. Eppure, senza accorgersene, è legato.

Se perde accesso a queste reti, perde lavoro, relazioni, possibilità. Non è costretto da un signore. Ma non è nemmeno davvero autonomo.

Anche la promessa di sicurezza cambia forma: non più il castello, sempre meno lo Stato — ma non perché lo Stato scompaia. Lo Stato c’è ancora, ma è sempre più catturato, svuotato dall’interno, reso strumento degli interessi privati più forti. La piattaforma non sostituisce il castello: ci si sovrappone, vi si fonde. Il confine tra pubblico e privato, tra autorità e interesse, si fa sempre più indistinguibile.

E così, lentamente, il mondo che credevamo fondato su individui liberi e uguali rivela una tensione che non ha mai smesso di lavorare sottotraccia. La modernità non era un paradiso perduto: era un equilibrio instabile, percorso fin dall’inizio dalla stessa logica del dominio che tentava di tenere a bada. Oggi quell’equilibrio rischia di cedere in modo irreparabile.

Non ritorna il Medioevo. Ma qualcosa del Medioevo ritorna.

È questo il punto da cui partire: non stiamo semplicemente vivendo una crisi della modernità, stiamo entrando in una nuova forma di dipendenza.

Una forma che Massimo De Carolis chiama rifeudalizzazione. Un termine provocatorio, certo. Ma anche, come cercheremo di vedere, uno strumento analitico che illumina qualcosa che le categorie usuali non riescono a vedere.

Ma cosa significa esattamente questo termine? De Carolis non sta evocando un ritorno nostalgico al Medioevo, né dipingendo un’apocalisse a tinte fosche. Sta identificando una mutazione precisa, sotterranea e secolare, che erode le istituzioni moderne dall’interno.

Il meccanismo centrale è questo: la modernità aveva costruito il suo ordine su due principi distinti — il contratto tra soggetti formalmente uguali in economia, e la sovranità pubblica dello stato in politica. La rifeudalizzazione è il processo per cui entrambi questi principi vengono progressivamente soppiantati da un’unica logica: quella del vincolo personale di fedeltà in cambio di protezione. Non una rottura improvvisa, ma una sovrapposizione crescente tra l’autorità pubblica e gli interessi privati più forti.

De Carolis individua due tratti strutturali di questa mutazione, che si intrecciano tra loro.

Il primo è il proliferare di relazioni asimmetriche di affiliazione e vassallaggio. Da un lato c’è un polo dominante — una piattaforma digitale, un fondo finanziario, un leader identitario — che promette protezione e benefici ai propri affiliati. Dall’altro ci sono i seguaci, la cui posizione dipende non tanto dai risultati quanto dal grado di fedeltà dimostrata. I fenomeni sono sorprendentemente vari: dai patti tra le grandi società finanziarie e i loro investitori, agli algoritmi con cui le piattaforme digitali catturano l’attenzione degli utenti, fino al collante che unisce i membri dei movimenti populisti alla persona del leader.

Il secondo tratto è la simbiosi crescente tra denaro e potere. Più avanza la rifeudalizzazione, più la circolazione della ricchezza e quella del potere si accavallano e si confondono, fino a rendere indistinguibili il dominio degli interessi privati e quello dell’autorità pubblica. Il risultato è l’effetto san Matteo, come lo chiamano i sociologi: a chi già ha, sarà dato in abbondanza; a chi non ha, sarà tolto anche quel poco che possiede. La distanza tra vertice e base della società non fa che dilatarsi.

C’è però un aspetto che De Carolis sottolinea con forza: questo processo non è una novità assoluta. L’embrione della rifeudalizzazione era annidato fin dall’inizio nella modernità stessa, nella tensione mai risolta tra la logica dell’emancipazione e quella del dominio. Ciò che è cambiato è che per secoli le istituzioni moderne avevano saputo tenere insieme, sia pure conflittualmente, queste spinte divergenti. La crisi attuale segna il momento in cui questo equilibrio rischia di cedere in modo irreparabile.

Il libro non si chiude con il pessimismo. De Carolis avverte che un sistema dominato dalla pura logica del dominio — senza cura del mondo nel suo insieme — è strutturalmente instabile: produce “dominio senza egemonia”, cronicizza i problemi invece di risolverli, e prima o poi si inceppa. Riconoscere la natura della mutazione in corso è già, per lui, il primo passo per contrastarla.

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