Oggi ricorrono dieci anni dall’omicidio di Emmanuel Chidi Namdi. Rovistando tra i miei file ho trovato questo articolo, scritto poche settimane dopo l’accaduto. Non sarà un gran che ma ve lo propongo, tanto per mostrare come dieci anni, e la morte di un uomo, siano passati purtroppo invano.
Siamo tutti razzisti?
Il 5 luglio 2016 Amedeo Mancini, cittadino fermano, ha incrociato in viale XX Settembre Emmanuel Chidi Namdi e sua moglie Chinyere, profughi nigeriani ospiti del Seminario arcivescovile. Ha apostrofato la donna con un insulto che lascia poco spazio all’interpretazione. Dalla provocazione è nata una colluttazione: Emmanuel è caduto, ha battuto la testa, e il giorno dopo è morto. Ha trentasei anni. Era fuggito dalla Nigeria dopo che Boko Haram aveva incendiato la sua chiesa, uccidendo i genitori suoi e di sua moglie, e una loro figlia. Durante la traversata del Mediterraneo, Chinyere aveva perso un altro figlio.
Adesso Fermo è sulla bocca di tutti. E la domanda che circola — nelle piazze, sui social, nei bar, in spiaggia — è questa: siamo tutti razzisti?
La domanda potrebbe essere interpretata male se non si chiarisce cosa si intende per razzismo. Non è necessario aver letto Gobineau o Chamberlain o il Mein Kampf per essere razzisti — e per inciso, se fosse così, oggi non lo sarebbe quasi nessuno, semplicemente perché non legge più nessuno. Più correttamente, è razzista chi giudica negativamente un’altra persona non per quello che fa ma per quello che è, per il gruppo a cui appartiene: il colore della pelle, la provenienza, la nazionalità. E sono razziste anche quelle spiegazioni che i razzisti — spesso inconsapevoli — adottano per giustificare la loro distanza dagli altri e la loro presunta superiorità.
Per dare una risposta serena e corretta alla domanda se siamo tutti razzisti bisognerebbe avere dati certi e affidabili sottomano, che io non ho. L’unica fonte a cui posso appellarmi è quella dei discorsi che mi sono venuti all’orecchio in questi giorni, in spiaggia, al supermercato, in pizzeria, sui social, nelle varie “piazze” fermane che frequento. Ebbene raramente ho trovato qualcuno che non abbia usato, involontariamente, suo malgrado, con nonchalance, riferimenti esplicitamente razzisti. Proverò ad elencarli e vi invito a vedere se anche voi li avete sentiti o, qualche volta, adoperati.
Confusione tra profughi, neri e immigrati. Tanto per essere chiari, Emmanuel e Chinyere erano profughi: persone che fuggono da persecuzioni, guerre, catastrofi. Non semplicemente “immigrati” e i profughi non devono essere obbligatoriamente africani. Questa distinzione, elementare sul piano giuridico e umano, viene sistematicamente ignorata.
“Noi” e “loro” senza definizione. Pronomi usati continuamente, senza che nessuno si preoccupi di precisare chi siano “loro” e, soprattutto, chi siamo “noi”. Se il discrimine è la cittadinanza italiana, allora Cécile Kyenge dovrebbe far parte del “noi” — eppure fu la prima a essere apostrofata come “scimmia africana”.
Il nesso tra profughi e criminalità. L’associazione automatica tra la presenza dei migranti e l’aumento dell’insicurezza, senza che ci siano mai stati episodi di violenza imputabili agli ospiti del Seminario, è data per scontata.
La teoria degli interessi economici. I profughi non vengono visti come persone in difficoltà da accogliere, ma come “merci” sfruttate dai professionisti dell’immigrazione. Un argomento che serve a non dover guardare in faccia chi hai davanti.
L’aiuto agli stranieri contro gli italiani poveri. La certezza, priva di riscontri, che “loro” vengano aiutati mentre “gli italiani poveri” vengono abbandonati. Come se l’accoglienza fosse a somma zero.
La reciprocità come giustificazione. “Se noi andiamo nei loro paesi non possiamo entrare in una chiesa.” Argomento che trasferisce la responsabilità su chi subisce e assolve chi discrimina.
Che Amedeo Mancini si sia comportato da razzista ha pochi dubbi. Che tutti i fermani lo siano, o che nessuno lo sia tranne lui, è una questione più complessa.
Il fatto che il primo omicidio a sfondo razziale di un migrante sia avvenuto qui, a Fermo, mi sembra, francamente, un caso. Poteva accadere altrove. I contesti economici variano, certo, ma l’omologazione culturale è così pervasiva che, se razzismo c’è, c’è in tutta Italia. Il mal comune non deresponsabilizza nessuno, ma aiuta a inquadrare il problema correttamente: non si tratta di una patologia locale, ma di un clima nazionale.
Vi propongo un epilogo che vale più di mille discorsi.
Qualche mese fa uno degli ospiti del Seminario mi ha raccontato la sua prima impressione di Fermo. Arrivando in città, era rimasto stupito dalla quantità di monumenti storici: nel suo Gambia gli edifici più antichi avevano pochi decenni. La prima cosa che aveva pensato di fare era fermare qualcuno e chiedere, in inglese, notizie su quegli edifici.
Nessuno si era avvicinato. Tutti si erano allontanati. Nessuno aveva risposto, neanche per dire “non capisco, non parlo inglese”.
Non è un atto di violenza. Non è un reato. Non è nemmeno, forse, razzismo consapevole. È qualcosa di più sottile e, per certi versi, più difficile da combattere: l’indifferenza che si fa distanza, la diffidenza che si fa muro. È lì, in quel silenzio collettivo davanti a un ragazzo che chiedeva solo il nome di un palazzo, che forse si trova la risposta alla domanda iniziale.
Non tutti i fermani sono razzisti. Ma tutti, in un modo o nell’altro, siamo chiamati a rispondere di quel silenzio.






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