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Il signore feudale che spiega il feudalesimo

Peter Thiel in Italia: un signore che denuncia il signoraggio.

L’imprenditore americano — cofondatore di PayPal, primo investitore esterno di Facebook, finanziatore di Trump, teorico della destra tecnologica globale — è uno degli uomini più ricchi e influenti del pianeta. È anche un lettore appassionato di René Girard, il grande antropologo francese che ha spiegato la violenza umana attraverso il meccanismo del capro espiatorio. Thiel gira il mondo a raccontare Girard nei salotti intellettuali della destra. Il problema — e questo è il punto che voglio sviluppare — è che Thiel non è solo un osservatore della crisi contemporanea. Ne è uno dei protagonisti. Forse il sintomo più eloquente.

Siamo tornati al feudalesimo

Per capire Thiel bisogna partire da un’analisi che circola sempre più spesso tra i sociologi e i filosofi politici: quella della rifeudalizzazione. Il termine riprende e aggiorna una vecchia intuizione di Jürgen Habermas. L’idea è semplice e inquietante: il capitalismo digitale sta smettendo di assomigliare alla modernità liberal-democratica e sta cominciando ad assomigliare, strutturalmente, al Medioevo.

Le piattaforme tecnologiche funzionano come territori controllati da signori privati. Gli utenti producono valore — dati, contenuti, relazioni — senza possedere nulla di ciò che creano. Il potere economico è concentrato in poche mani in misura che non si vedeva da secoli. Non siamo più cittadini uguali davanti allo Stato: siamo clienti, utenti, dipendenti di poteri privati che non abbiamo eletto e che non possiamo rimuovere.

Nel feudalesimo il rapporto politico fondamentale era uno scambio asimmetrico: protezione contro fedeltà. Il signore proteggeva, il vassallo giurava obbedienza. Questo schema riemerge oggi in mille forme: il leader forte che promette sicurezza, la piattaforma che offre connessione in cambio di dati, la corporation che garantisce occupazione in cambio di lealtà totale. Il potere non chiede più di essere giustificato razionalmente: chiede di essere riconosciuto, quasi sacralizzato. La legittimazione torna ad essere simbolica, come nell’epoca pre-moderna, più che razionale, come aveva sognato l’Illuminismo.

Peter Thiel non è solo un commentatore di questo processo. È uno dei suoi architetti. Il suo fondo Palantir — che deve il nome alla sfera veggente del Signore degli Anelli — vende strumenti di sorveglianza e controllo ai governi di mezzo mondo. La sua fortuna è costruita esattamente su quella concentrazione di potere digitale che descrive come inevitabile. È un signore feudale che tiene conferenze sul feudalesimo.

Girard, il capro espiatorio e la trappola di Thiel

Ma Thiel è anche un intellettuale, e sarebbe disonesto ignorarlo. La sua lettura di René Girard merita di essere presa sul serio — prima di essere smontata.

Girard ha costruito una delle teorie più potenti del Novecento sulla violenza collettiva. Il suo punto di partenza è il desiderio mimetico: non desideriamo le cose per loro valore intrinseco, ma perché le desidera qualcun altro. Questo genera rivalità, conflitto, violenza. Le società umane hanno storicamente contenuto questa violenza attraverso il meccanismo del capro espiatorio: si concentra la colpa su una vittima — un individuo, un gruppo, uno straniero — la si elimina ritualmente, e la pace sociale viene momentaneamente restaurata.

Thiel usa questa lente per leggere la polarizzazione politica contemporanea. Le società occidentali cercano colpevoli simbolici: i migranti, le élite, i “globalisti”, i “woke”. Le crisi economiche e sociali alimentano cacce alle streghe. La politica è diventata un sistema di capri espiatori senza più rituali stabilizzanti. Fin qui, la sua analisi è acuta e largamente condivisibile.

Il problema, a mio avviso, viene dopo.

Girard sosteneva che il cristianesimo ha smascherato questo meccanismo: la Passione di Cristo rivela l’innocenza della vittima e mostra il sacrificio per quello che è — violenza collettiva travestita da giustizia. Una volta smascherato il meccanismo, però, non funziona più come stabilizzatore sociale. Le società moderne si trovano in un paradosso: non riescono più a credere pienamente nei sacrifici, ma continuano a produrre persecuzioni. Viviamo in un mondo post-sacrificale che non sa gestire la propria violenza mimetica. Thiel condivide pienamente questa diagnosi girardiana.

Ciò che Thiel non dice esplicitamente, ma che mi sembra la logica conseguenza del suo pensiero — e qui propongo una mia interpretazione critica — è che questa diagnosi finisce per giustificare la concentrazione del potere. Se la democrazia liberale non riesce a contenere la violenza mimetica, la traiettoria implicita del suo pensiero porta verso strutture più verticali, meno egualitarie. L’analisi girardiana rischia così di diventare, nelle sue mani, una legittimazione intellettuale dell’oligarchia tecnologica — non per intenzione dichiarata, ma per effetto.

Va detto che il rapporto di Thiel con il cristianesimo non è puramente strumentale: è cristiano dichiarato, e la sua visione della tecnologia ha radici escatologiche proprie. Vede il progresso tecnologico come strumento per superare i limiti umani, inclusa la morte — una prospettiva che ha qualcosa di apocalittico in senso proprio. Il che lo rende più complesso, e forse più pericoloso, di un semplice oligarca cinico.

Resta però il cortocircuito che, a mio avviso, non va lasciato passare: Thiel usa strumenti intellettuali sofisticati per descrivere come inevitabile un ordine in cui lui e i suoi simili detengono un potere senza precedenti e senza controllo democratico. Descrivere il feudalesimo digitale come inevitabile è già una scelta politica. Presentarsi come il suo critico lucido mentre ne sei uno degli artefici principali è, girardianamente parlando, un’operazione mimetica di straordinaria efficacia: il signore che denuncia il signoraggio.

La riserva escatologica: una risposta medievale alla neo-feudalità

C’è però un’altra tradizione che viene dal Medioevo e che va in direzione opposta.

Quando il feudalesimo era all’apice della sua forza, i movimenti millenaristici e apocalittici ne erano la contestazione più radicale. Gioacchino da Fiore, gli spirituali francescani, i movimenti pauperistici: tutti questi filoni hanno sviluppato l’idea che la storia stesse per entrare in una fase nuova, in cui le gerarchie feudali e le strutture clientelari sarebbero state superate da un ordine più giusto. Il linguaggio era teologico, ma la carica era politica.

Questi movimenti si fondavano su quella che i teologi contemporanei chiamano riserva escatologica: la convinzione che nessun ordine terreno possa essere definitivo, che ogni struttura di potere sia provvisoria davanti all’orizzonte della storia. Non è rassegnazione — è esattamente il contrario. È la negazione che qualunque concentrazione di potere possa pretendere di essere l’ultima parola.

Thiel, paradossalmente, ha capito qualcosa di questo. Sa che le grandi narrazioni sono più potenti delle argomentazioni tecniche. Sa che il potere ha bisogno di una legittimazione quasi sacrale. Ma usa questa intuizione per costruire un ordine chiuso, non per aprirlo.

La riserva escatologica funziona diversamente: non come fondamento di un nuovo ordine oligarchico, ma come principio critico permanente contro qualsiasi ordine che si pretenda definitivo. Nel Medioevo era un linguaggio condiviso da tutta la società, perché tutta la società pensava la storia in termini di salvezza e giudizio. Oggi lo spazio pubblico è secolarizzato e pluralista, e queste energie tendono a riemergere in forme ibride, spesso scomposte — nelle utopie politiche, nei movimenti di protesta, persino in certe narrazioni tecnologiche distopiche o utopiche.

La domanda che rimane aperta

La rifeudalizzazione è un processo reale. La diagnosi girardiana sulla violenza mimetica è potente. La riserva escatologica è una risorsa critica preziosa.

Ma Thiel ci consegna una trappola: usa strumenti intellettuali sofisticati per naturalizzare un ordine in cui lui detiene un potere enorme e senza controllo. Descrivere il feudalesimo prossimo venturo come inevitabile è già una scelta politica. Presentarsi come il suo critico lucido mentre ne sei uno degli artefici principali, lo abbiamo già detto, è, girardianamente parlando, un’operazione mimetica di straordinaria efficacia: il signore che denuncia il signoraggio.

La domanda che resta aperta non è se la rifeudalizzazione sia in corso — lo è. La domanda è se accettiamo di abitarla come sudditi o se troviamo ancora le risorse — intellettuali, politiche, spirituali — per contestarla come cittadini. Il Medioevo, in fondo, non ha prodotto solo signori feudali. Ha prodotto anche Gioacchino da Fiore.

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