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L’antipolitica del risentimento

C’è una forma di risentimento di cui si parla molto meno rispetto a quella che immaginiamo abitualmente.

Siamo abituati a pensare al risentimento come al sentimento di chi sta in basso nei confronti di chi sta in alto: il povero contro il ricco, il subordinato contro il potente, chi è stato escluso contro chi ha avuto successo. Nietzsche ha costruito gran parte della propria analisi del Ressentiment proprio intorno a questa dinamica: l’impotenza di chi non può colpire direttamente il proprio avversario si trasforma in svalutazione morale dell’altro. È il sentimento che ha alimentato l’antipolitica così come l’abbiamo conosciuta finora, quella diretta verso l’alto, contro le élite, i ricchi, il potere.

Ma esiste anche un’altra forma di risentimento, meno raccontata, che si muove nella direzione opposta: è il risentimento di chi non vuole che chi sta sotto di lui smetta di esserlo. Non nasce dalla perdita di una ricchezza, ma dalla perdita di una distanza. E questa seconda forma, meno studiata della prima, alimenta oggi una parte non trascurabile dell’antipolitica contemporanea: quella che non se la prende con chi sta sopra, ma con chi cerca di risalire da sotto e, come vedremo, a volte nemmeno con chi ci prova davvero, ma con chi semplicemente potrebbe provarci.

Il problema non è soltanto ciò che l’altro prende. È ciò che l’altro diventa. E, in certi casi, è ciò che l’altro potrebbe diventare.

Una gerarchia non dichiarata

Viviamo in una società nella quale esiste, più o meno consapevolmente, una gerarchia implicita. Da una parte “noi”: gli autoctoni, quelli che appartengono da generazioni a quel luogo, che hanno ereditato una lingua, una cultura, una posizione sociale. Dall’altra “loro”: gli arrivati da fuori, gli immigrati, gli stranieri.

Non serve che questo criterio gerarchico sia dichiarato apertamente. Basta che sia incorporato nelle aspettative: l’immigrato dovrebbe stare un po’ più in basso. Meno capitale economico, meno istruzione, meno prestigio. Dovrebbe fare i lavori che noi non vogliamo più fare.

Finché la distanza rimane intatta, la sua presenza può persino essere tollerata. Il problema comincia quando l’altro smette di stare al posto che gli avevamo assegnato: quando studia, si laurea, apre un’impresa, compra una casa, eccelle e riesce nonostante la posizione dalla quale era partito. A quel punto lo straniero non è più semplicemente “chi viene da fuori”. Diventa qualcuno con cui è necessario confrontarsi.

Non invidia, non ingiustizia: illegittimità

Potremmo chiamarla invidia, ma il concetto non basta. L’invidia indica qualcosa che vorrei avere e che hai tu. Il risentimento dice qualcosa di diverso: non è giusto che proprio tu abbia quello che hai. Ma esiste una terza possibilità, più sottile e più politicamente pericolosa: non dovrebbe essere possibile che tu sia arrivato fin qui.

Quello che è in gioco non è la ricchezza dell’altro, ma la distanza che ci separava da lui. Se io mi considero appartenente a un gruppo che dovrebbe occupare una posizione superiore alla tua, il tuo successo può rappresentare una minaccia anche quando non mi sottrae nulla in termini assoluti. Tu puoi diventare ricco senza che io diventi più povero, eppure la tua ascesa mi disturba, perché modifica la mia percezione della gerarchia sociale.

Questo non è un paradosso solo intuitivo. Il sociologo W. G. Runciman lo aveva formalizzato già negli anni ’60 con il concetto di “deprivazione relativa”: non giudichiamo la nostra condizione in termini assoluti, ma per confronto con un gruppo di riferimento, e il disagio nasce spesso non da un peggioramento oggettivo ma da un avvicinamento del gruppo di confronto. E c’è un secondo tassello utile: René Girard, con l’idea di desiderio mimetico, ha mostrato come non desideriamo mai un oggetto in sé, ma lo desideriamo perché lo desidera un altro che ci somiglia, e più l’altro ci somiglia, più il suo possesso diventa insopportabile. Lo straniero povero non è un rivale mimetico credibile. Lo straniero che ha appena preso la laurea che anche mio figlio sta inseguendo, sì.

Il risentimento non aspetta il successo: basta la possibilità

C’è però un passaggio ulteriore, che rende questo meccanismo ancora più insidioso.

Fin qui abbiamo parlato di un risentimento che reagisce a un fatto compiuto: lo straniero che si è laureato, che ha aperto un’impresa, che ha comprato casa. Ma esiste una forma di risentimento che non ha bisogno di aspettare nulla di tutto questo. Le basta la possibilità che accada.

Non serve che il figlio dell’immigrato abbia già superato il figlio dell’autoctono. Basta che gli venga aperta una borsa di studio, che gli venga garantito l’accesso a una buona scuola, che gli si riconosca un titolo preso all’estero, che gli si offra un percorso di inserimento perché qualcuno viva quella semplice apertura di possibilità come una minaccia.

Questa è una forma di risentimento anticipatorio, e si comporta in modo diverso da quella “reattiva” descritta finora. Non ha bisogno di prove, non ha bisogno di un caso concreto da indicare, non ha nemmeno bisogno che lo straniero in questione esista davvero: basta la categoria. È sufficiente sapere che, in linea di principio, la strada è aperta.

È per questo che certe forme di ostilità si concentrano non tanto, o non solo, su ciò che lo straniero è già diventato, ma su ciò che gli permettiamo di poter diventare: ecco il fastidio per le quote di accesso pensate per compensare svantaggi di partenza o la richiesta implicita che l’inclusione si fermi un passo prima della vera competizione. Non si combatte il concorrente che c’è. Si combatte il concorrente che, semplicemente, potrebbe esserci.

Ed è una forma di risentimento particolarmente efficace dal punto di vista politico, perché è preventiva: non deve smentire un successo già avvenuto, cosa spesso difficile, perché il successo è un fatto visibile e verificabile, ma può limitarsi a impedire che quel successo diventi possibile. È più facile chiudere una porta prima che qualcuno la attraversi, che spiegare perché qualcuno debba tornare indietro dopo averla attraversata.

È quella porta chiusa che nasce anche dal linguaggio paternalista o cripto-razzista di chi guarda agli immigrati, soprattutto dalla pelle scura, come qualcuno da aiutare. «Guardate che bravo, è riuscito a laurearsi nonostante venga dall’Africa», «Vedere uno di loro che lavora e si fa una famiglia è una bella soddisfazione», «Dobbiamo insegnargli come funziona la nostra società». Sotto una patina di apparente solidarietà, queste espressioni riducono l’individuo a vittima passiva e negano l’uguaglianza e l’autonomia lasciandolo alla “giusta” distanza.

È quella porta che conduce verso una stanza chiusa, l’unica stanza abitabile. È il caso dello sport. A molti atleti “di colore” è permesso, nella rappresentazione sociale diffusa, avere successo nello sport. Anche successo mediatico ed economico: pensate ai calciatori, ai campioni di atletica o a quelli di pallavolo o pallacanestro. È proibito, invece, a quelle stesse persone, sempre nella stessa rappresentazione sociale, abitare altre stanze del successo sociale, come ad esempio quelle delle libere professioni: può davvero un immigrato marocchino fare l’architetto? Andrebbe qualcuno da un avvocato di origini nigeriane? O da un commercialista di origini rumene?

Quando il fallimento personale cerca una spiegazione collettiva

Questo meccanismo diventa centrale nelle società in cui le aspettative di mobilità sociale restano alte ma le opportunità percepite si abbassano. È il quadro che emerge, ad esempio, dalla letteratura su status anxiety e populismo (penso ai lavori di Eric Kaufmann sul rapporto tra percezione di declino di status e atteggiamento verso l’immigrazione): non è tanto la povertà assoluta a predire l’ostilità verso lo straniero, quanto la sensazione soggettiva di scivolamento nella gerarchia, reale o anche solo temuta come possibile.

Per generazioni è stato raccontato agli individui che studio, lavoro e merito avrebbero garantito una mobilità verso l’alto. Cosa accade quando una persona fa tutto ciò che le è stato detto di fare, e la mobilità promessa non si realizza? Quando il titolo di studio non garantisce più una posizione, quando lavora ma non riesce a comprare casa, quando i figli avranno probabilmente una condizione non migliore di quella dei genitori?

In queste condizioni non serve nemmeno che il successo dell’altro sia già avvenuto: la sua sola eventualità può diventare psicologicamente insopportabile, soprattutto se quell’altro appartiene a un gruppo che, nella rappresentazione tradizionale, avrebbe dovuto restare più indietro. Lo straniero diventa uno specchio anche solo potenziale, e ciò che quello specchio minaccia di mostrare non è la sua fortuna, ma il nostro possibile fallimento.

Dal disagio al capro espiatorio

Quando una pluralità di persone sperimenta frustrazioni diverse, individuarne le cause reali, spesso strutturali, complesse, poco raccontabili in uno slogan, è difficile. È molto più semplice indicare un soggetto: “il problema sono gli immigrati.” Questa formula ha un’efficacia politica straordinaria perché trasforma problemi eterogenei in un’unica spiegazione: la precarietà, la crisi della mobilità sociale, la difficoltà di trovare casa, il declino demografico, la competizione sul mercato del lavoro diventano tutte, semplicemente, “immigrazione”.

A quel punto non è più necessario chiedersi perché una società produca così poca mobilità sociale. Basta chiedersi perché permetta agli altri di salire o, nella sua variante anticipatoria, perché lasci loro anche solo la possibilità di provarci. Ed è qui che il meccanismo psicologico individuale (la fatica di accettare che l’altro ci abbia raggiunti, o possa raggiungerci) diventa materiale politico: un partito o un imprenditore politico non ha bisogno di inventare il risentimento, deve solo offrirgli un bersaglio coerente e un linguaggio.

Dalla paura dell’altro alla domanda su noi stessi

Quando una parte della società guarda con ostilità allo straniero che riesce o che semplicemente potrebbe riuscire, dovrebbe forse porsi una domanda scomoda: non “perché loro stanno diventando come noi”, ma “perché noi non riusciamo più a diventare ciò che pensavamo di poter diventare”.

Sono due domande diverse. La prima produce un nemico, reale o soltanto potenziale. La seconda produce un problema politico da affrontare: investimenti, scuola, casa, lavoro. Ed è proprio qui che passa la linea tra risentimento e politica: il risentimento dice “fermate loro, prima ancora che ci provino”; la politica dovrebbe chiedere “perché non creiamo più le condizioni perché tutti possano avanzare o almeno avere un riconoscimento sociale positivo?”

Se una società smette di offrire mobilità e riconoscimento, prima o poi qualcuno spiegherà la propria immobilità attraverso l’ascesa, avvenuta o solo temuta, di qualcun altro. E allora il problema non sarà più, semplicemente, l’immigrato che arriva o che riesce. Sarà una società in cui persino la possibilità che l’altro ce la faccia viene vissuta come una sconfitta anticipata, che è forse la forma più silenziosa, e più pericolosa, dell’antipolitica contemporanea: non il desiderio di prendere il posto di chi sta sopra, ma il desiderio di impedire a chi sta sotto anche solo di provare ad arrivare fino a noi.

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